In Italia anche la siderurgia è finita...

Requiem per una nazione

08/10/2013 in Attualità
A Dro
Di Redazione

Che pec­ca­to! In Italia anche la siderur­gia è fini­ta. Con­tin­ua così il lento, ma inesora­bile scar­di­na­men­to del­l’e­cono­mia ital­iana che conosce­va­mo nei decen­ni trascor­si, una delle mag­giori in Europa.

Noi, che abbi­amo vis­su­to tut­ta la metà del sec­o­lo pas­sato, ci ricor­diamo la mer­av­igliosa rinasci­ta del­la fenice ital­iana dalle ceneri e dalle mac­erie morali e mate­ri­ali del­la sec­on­da guer­ra mon­di­ale. L’I­talia ave­va stupi­to il mon­do con uno svilup­po travol­gente del­la sua econo­mia in tut­ti i campi, Poi, dal­l’inizio degli anni ’70 e dopo la bot­ta finale del­l’eu­ro, si ver­i­ficò la lenta disce­sa ver­so gli inferi carat­ter­iz­za­ta da vari fenomeni: ces­sione di imp­rese a com­pag­nie straniere, chiusure di set­tori tout court, rilo­cal­iz­zazione di imp­rese ital­iane in pae­si vici­ni o anche lon­tani.

Un breve riesame dei set­tori in cui erava­mo “world lead­ers” ci può dare la misura del fenom­e­no,

I pri­mi set­tori a delo­cal­iz­zare sono sta­ti quel­li labour inten­sive, in prim­is calza­ture e con­fezioni.

Intere aree pro­dut­tive han­no vis­to tutte le loro imp­rese (gen­eral­mente di dimen­sioni medie o medio pic­cole) andare a finire in Unghe­ria, Roma­nia o in altri pae­si in cui il cos­to del­la man­od­opera non era alto come quel­lo ital­iano. Il set­tore del com­mer­cio all’in­grosso è pas­sato pres­soché intera­mente, con solo la resisten­za delle coop­er­a­tive comu­niste e di Esselun­ga, nelle mani di soci­età tedesche e france­si. L’au­to­mo­bile se non se n’è anco­ra anda­ta, pres­so andrà. Il nos­tro set­tore principe, la moda e il lus­so, sta sgre­tolan­dosi tra la ven­di­ta a com­p­lessi stranieri e la guer­ra mossa da miopi polit­i­can­ti. Per restare in un cam­po anal­o­go, la nau­ti­ca, dis­po­sizioni assurde han­no fat­to sì che i nos­tri 6.500 km di coste mer­av­igliose che potreb­bero essere un par­adiso del­la nau­ti­ca tur­is­ti­ca e una benedi­zione eco­nom­i­ca, siano in breve diven­tati un deser­to a tut­to van­tag­gio del­la cos­ta francese o del litorale sloveno, con la perdi­ta sti­ma­ta di 1 mil­iar­do di euro.

Anche le infra­strut­ture tur­is­tiche stan­no trovan­do acquiren­ti esteri, se è vero che l’aero­por­to di Venezia finirà ad una soci­età ger­man­i­ca.

L’e­sem­pli­fi­cazione potrebbe con­tin­uare. Ma qual è la causa, a parte la crisi inter­nazionale alla quale i vari pae­si reagis­cono in modo dif­fer­ente? Si trat­ta essen­zial­mente di provved­i­men­ti fis­cali assur­di e caoti­ci, con una pres­sione in costante aumen­to e del tut­to impreved­i­bile per pot­er fare pre­vi­sioni a medio ter­mine uni­ta ad una ple­to­ra di lac­ci e lac­ci­uoli buro­crati­ci e politi­ci che ren­dono dif­fi­cile pot­er aprire e gestire una nuo­va impre­sa.

Ci guadag­nano solo i ter­ri­tori appe­na di là dal con­fine: la Car­inzia, la Slove­nia, ecc. La Car­inzia ha addirit­tura cre­ato un ente per l’ac­coglien­za delle imp­rese ital­iane e ha già incam­er­a­to ben 27.000 aziende ital­iane, di cui 700 venete. In un decen­nio ha vis­to arrivare ben 1.600.000 posti di lavoro.

In questo quadro, invece di trastullar­si in politiche key­ne­siane che han­no già dato pro­va del­la loro inadeguatez­za, si dovreb­bero dras­ti­ca­mente ridurre sia il famiger­a­to “cuneo fis­cale”, sia le altre imposte gra­van­ti sulle imp­rese e sui red­di­ti dei lavo­ra­tori, Ma, tan­t’è, si per­se­vera e l’e­cono­mia ital­iana con­tin­ua a sgre­to­lar­si. Non vor­rem­mo diventare una colo­nia eco­nom­i­ca. Non vor­rem­mo che avesse ragione Met­ter­nich.

(Arti­co­lo di Cal­ibano, rubri­ca Econo­mia di Gn)