Gli organizzatori hanno deciso di prorogare la mostra «I disastri della guerra». Le 80 acqueforti resteranno in esposizione fino al 30 settembre

Salò e Goya: un amore senza fine

26/08/2005 in Mostre
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Di Luca Delpozzo
Sergio Zanca

Alla luce del grande suc­ces­so di pub­bli­co, la «Civi­ca rac­col­ta del dis­eg­no» di Salò ha deciso di pro­rog­a­re fino al 30 set­tem­bre l’apertura del­la mostra «Francesco Goya, i dis­as­tri del­la guer­ra» ospi­ta­to al fon­da­co di palaz­zo Coen: l’orario di aper­tu­ra è dalle 16 alle 21 dal mart­edì al ven­erdì, dal saba­to e la domeni­ca anche dalle 10 alle 12. La rasseg­na, cura­ta da Mar­cel­lo Ric­cioni, pro­pone ottan­ta inci­sioni orig­i­nali, prove­ni­en­ti da Madrid. Immag­i­ni e sim­boli, con fig­ure sen­za nome, dove dom­i­nano pre­po­ten­te­mente il dolore, la crudeltà, la super­stizione, la cor­ruzione dei cos­tu­mi. Doc­u­men­ti di guer­ra in cui è pos­si­bile leg­gere una ineguagli­a­ta rap­p­re­sen­tazione , oltre a una ten­sione eti­co-reli­giosa e fine­mente polit­i­ca. Ne esce un mes­sag­gio di civiltà che l’Am­min­is­trazione comu­nale è orgogliosa di pre­sentare ai concit­ta­di­ni e ai tan­ti ospi­ti estivi. Un even­to di forte spes­sore cul­tur­ale che pone Salò al cen­tro delle atten­zioni tur­is­tiche del­l’area garde­sana. Figlio di un mae­stro dec­o­ra­tore, Fran­cis­co Goya y Lucientes, nato a Fuen­deto­dos (Saragoz­za) nel 1746 e mor­to a Bor­deaux nel 1828, iniz­iò gli stu­di dai Padri Scolopi, e li pros­eguì dai Gesuiti. La sua for­mazione, in patria, si è svol­ta in un ambi­ente dom­i­na­to da pit­tori stranieri di ind­i­rizzi stilis­ti­ci diver­si. Il sog­giorno in Italia lo mise in con­tat­to con l’opera di altri artisti. Rien­tra­to a Saragoz­za, decorò la cer­tosa di Aula Dei. Chiam­a­to a Madrid, eseguì car­toni per arazzi del­la man­i­fat­tura reale di San­ta Bar­bara. Nel 1779 fu rice­vu­to dal Re Car­lo III, quin­di nom­i­na­to mem­bro del­l’Ac­cad­e­mia di San Fer­nan­do. Nel 1786 ottenne la car­i­ca di «pit­tore del re». I suoi numerosi ritrat­ti del­la nobiltà spag­no­la appaiono a pri­ma vista come dip­in­ti uffi­ciali, tradizion­ali. A ben guardare, essi sono invece stu­di finis­si­mi delle psi­colo­gie dei per­son­ag­gi raf­fig­u­rati: pos­si­amo indov­inarne la crudeltà, la stoltez­za, la sete di potere. Divenu­to sor­do nel 1792, Goya si chiuse sem­pre più in se stes­so. Iniz­iò in quegli anni la serie di inci­sioni dei «Dis­as­tri», ispi­rate dal­la guer­ra con­tro Napoleone: car­i­ca­ture crudeli, fan­tasie pau­rose, allu­ci­nazioni mis­te­riose, spi­eta­ta visione del mon­do e del­l’uo­mo. Pur ammi­ran­do le idee lib­er­ali che veni­vano dal­la Fran­cia, tes­ti­moniò il dolore del popo­lo spag­no­lo. La pit­tura di Goya, erede di una grande tradizione (El Gre­co, Velasquez), dimostra che la tradizione fig­u­ra­ti­va clas­si­ca è esauri­ta: i pit­tori dipingevano visioni intime, per­son­ali, e non più soltan­to la realtà ester­na. Il suo stile divenne sem­pre più essen­ziale, in un dram­mati­co muover­si di ombre e di luci. Le 80 inci­sioni all’ac­quaforte-acquat­in­ta risal­go­no al peri­o­do 1810–1823. Sono state stam­pate dal­la Real Accad­e­mia di Belle Arti «San Fer­nan­do» di Madrid nel 1923, su car­ta con fil­igrana Joseph Guarro.

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