Nel 1918 arrivarono i soldati della divisione cecoslovacca. Per loro addestramento, combattimenti, ma anche burattini. I volontari slavi costruirono l’arteria militare verso Brentonico battezzandola con il nome della loro capitale. Quattro di loro, cattur

Sul Baldo la strada per Praga

13/09/2005 in Storia
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Di Luca Delpozzo
Camilla Madinelli

Dal 22 giug­no al 13 agos­to 1918 tra i prati e le mal­ghe balden­si stazionò una divi­sione di sol­dati «tzce­coslo­vac­chi», come si scrive­va allo­ra: due mesi in lin­ea per i volon­tari (il fronte era poco più in là, all’Altissimo) nelle fila dell’esercito ital­iano impeg­na­to a com­bat­tere la Grande Guer­ra, quel­la delle trincee e del filo spina­to. Il nemi­co era anche per loro l’Austria, da cui questi irre­den­tisti di due nazioni slave allo­ra com­p­rese nell’impero asbur­gi­co vol­e­vano con­quistare l’indipendenza. Nei din­torni di Fer­rara non arrivarono in pochi: 433 uffi­ciali (136 ital­iani e 297 cecoslo­vac­chi), 12.096 sol­dati (659 ital­iani e 11.437 cecoslo­vac­chi) e 1.619 ani­mali. Nei mesi di cam­po nell’estate 1918, i cecoslo­vac­chi eressero un mon­u­men­to sul monte Struzzena, a ovest di Fer­rara, in onore di cinque sol­dati piemon­te­si apparte­nen­ti al 14esimo reg­g­i­men­to di fan­te­ria Pinero­lo, cadu­ti nel­la Pri­ma guer­ra d’Indipendenza ital­iana il 2 giug­no 1848. Fu il 34esimo reg­g­i­men­to, men­tre era di ris­er­va vici­no a Fer­rara, a trovare una tom­ba e una croce con sopra alcu­ni nomi ormai sbia­di­ti; subito il coman­dante ordinò di far erigere il mon­u­men­to. Furono diverse le opere di for­ti­fi­cazione real­iz­zate dal­la divi­sione per il poten­zi­a­men­to delle difese, tra cui la stra­da che da Mal­ga Canalet­ta va in direzione di Bren­ton­i­co, sul pen­dio ori­en­tale del monte Altissi­mo. «La stra­da per Pra­ga», come fu denom­i­na­ta dai cecoslo­vac­chi venu­ti a com­bat­tere in Italia, ma pen­san­do alla lib­ertà del­la loro patria. La pre­sen­za mil­itare cecoslo­vac­ca non passò inosser­va­ta. Era moti­vo di pro­pa­gan­da per sot­to­lin­eare «la guer­ra san­ta delle nazion­al­ità oppresse». Arrivarono in visi­ta il coman­dante del 29esimo cor­po d’armata, gen­erale De Alber­tis, il coman­dante del­la pri­ma arma­ta, gen­erale Pecori Giral­di, il coman­dante delle forze armate ingle­si in Italia Rat­cliff, il gen­erale Bowes, addet­to mil­itare inglese al Con­siglio nazionale cecoslo­vac­co a Pari­gi, il cap­i­tano amer­i­cano Fish­er, capo del servizio san­i­tario dell’esercito cecoslo­vac­co sul fronte ital­iano e francese, il min­istro Bereni­ni e il duca di Berg­amo, il re d’Italia Vit­to­rio Emanuele III e il gen­erale Badoglio, vice­capo di sta­to mag­giore dell’esercito ital­iano. A Fer­rara e sul Bal­do i sol­dati, divisi in quat­tro reg­g­i­men­ti, trascorsero due mesi di lavori, eserci­tazioni ma anche diver­ti­men­ti. Il peri­o­do mon­te­baldino fu ricorda­to dagli stes­si cecoslo­vac­chi in un libro pub­bli­ca­to a Pra­ga nel 1927, in cui un capi­to­lo dal tito­lo «Al Monte Bal­do», tut­to ded­i­ca­to al cam­po in ques­ta zona. Uffi­ciali e sol­dati sem­pli­ci arrivarono nelle stazioni fer­roviarie più vicine, Domegliara, Ceraino, Peri e Avio; quin­di si dis­tribuirono tra Spi­azzi, Forte di Cimo Grande, Canalette, Boc­ca di Navene, Fer­rara. «Il com­pi­to dei cecoslo­vac­chi era di difend­ere a ogni cos­to il monte Bal­do», si legge nel libro, tradot­to in ital­iano in un opus­co­lo dall’amministrazione comu­nale di Fer­rara, «nel caso in cui il nemi­co ten­tasse un attac­co in questo set­tore. «Già dall’inizio si prevede­va che la divi­sione avrebbe avu­to il com­pi­to di com­bat­tere in pri­ma lin­ea, per­ciò veni­va adde­stra­ta anche nel servizio di trincea». Eserci­tazioni mil­i­tari, sca­late sul­la roc­cia e adde­stra­men­ti scan­di­vano le gior­nate sul monte Bal­do dei sol­dati cecoslo­vac­chi. «L’aria era forte e ine­bri­ante», si legge anco­ra nelle mem­o­rie dei cecoslo­vac­chi. «Era un pae­sag­gio per poeti, pae­sag­gio di una duplice effu­sione: dai sen­si e dal­la sen­su­al­ità allo spir­i­to indi­vid­uale e alla sen­si­bil­ità. Dava a questi uomi­ni la pos­si­bil­ità di purifi­care il pro­prio spir­i­to e allo stes­so tem­po costringe­va all’armonia nell’organizzazione delle oper­azioni mil­i­tari, soli­ta­mente dis­potiche e intran­si­gen­ti». I mil­i­tari cecoslo­vac­chi di stan­za sul Bal­do era­no soli­ti leg­gere, cantare, recitare, gio­care a cal­cio, orga­niz­zare feste com­mem­o­ra­tive, gare a pre­mi e con­cer­ti. Alcu­ni di loro parte­ci­parono anche ad alcune com­pe­tizioni svolte­si a Roma: «Si inserisce anche un’altra vit­to­ria con­se­gui­ta non con le armi e il sangue, ma che ebbe un enorme sig­ni­fi­ca­to di pro­pa­gan­da per il nos­tro movi­men­to sul ter­ri­to­rio ital­iano. È la vit­to­ria dei nos­tri atleti del Sokol», mem­bri dell’organizzazione sporti­va ceca, «alle gare di gin­nas­ti­ca tra i Pae­si alleati svolte­si allo sta­dio di Roma il 20 set­tem­bre 1918». Per l’intrattenimento delle truppe fu atti­vo anche il teatro delle mar­i­onette dei fratel­li Kopecky (un teatri­no mobile che si esi­bì più volte in Italia e in Slo­vac­chia), con uno spet­ta­co­lo a cui assis­tette anche il gen­erale Graziani, il coman­dante ital­iano al cui nome è lega­ta la stra­da mil­itare, costru­i­ta appun­to durante la Grande Guer­ra alle pen­di­ci del Bal­do. «Era una novità per gli uffi­ciali ital­iani, tut­tavia essi non osta­co­larono ques­ta attiv­ità poco mil­itare, anzi presto famil­iar­iz­zarono a tal pun­to con ques­ta for­ma di diver­ti­men­to da incor­ag­gia­re in ogni modo i burat­ti­nai». Ama­vano tutte le arti, questi mil­i­tari slavi, dal teatro alla musi­ca. Alcu­ni di loro si per­fezionarono nel suonare qualche stru­men­to musi­cale, eseguen­do marce, arie d’opera e can­zoni popo­lari; altri diedero ascolto invece alla loro capac­ità inter­pre­ta­ti­va ded­i­can­dosi al teatro e alla recitazione: «Vi era­no però numerose dif­fi­coltà per­ché in mon­tagna era dif­fi­cile alle­stire un pal­cosceni­co e i costan­ti impeg­ni non las­ci­a­vano molto tem­po per le prove. Pur tut­tavia alcune volte si mise in sce­na un atto uni­co, prova­to anco­ra nel cam­po e con i cos­tu­mi che alcu­ni dilet­tan­ti ave­vano por­ta­to da Padola». Alla fine però i due mesi di adde­stra­men­to e riposo a Fer­rara e sul Bal­do finirono. La divi­sione dovette par­tire per il fronte e i cos­tu­mi di sce­na andarono per­du­ti. Alcune ricerche fat­te dalle autorità cecoslo­vac­che non por­tarono a buon frut­to. Sem­bra che il mate­ri­ale sia rimas­to a Fer­rara, da qualche parte nei din­torni del depos­i­to del 33esimo reg­g­i­men­to. Ma come era­no arrivati a Fer­rara e sul Bal­do questi mil­i­tari? La ses­ta divi­sione cecoslo­vac­ca, for­ma­ta dai reg­g­i­men­ti 31, 32, 33 e 34esimo, fu cre­a­ta il 3 giug­no 1918 a Peru­gia. Adde­stra­ta dal gen­erale Andrea Graziani, che divenne poi coman­dante di tut­to il grup­po, parte­cipò ai vio­len­ti scon­tri sul Piave e nel 1918 venne trasferi­ta per due mesi sul monte Bal­do per un momen­to di sos­ta e adde­stra­men­to. Dopo la metà di agos­to del­lo stes­so anno fu stanzi­a­ta con tut­ti i suoi uomi­ni a cav­al­lo del monte Altissi­mo: il coman­do si trova­va a Spi­azzi, ma le truppe si sta­bilirono a Doss Alto di Nago, dove a set­tem­bre ebbero il bat­tes­i­mo del fuo­co. Dopo qualche scon­tro spo­radi­co, la battaglia scop­piò cru­en­ta il 21 set­tem­bre 1918, quan­do la divi­sione ebbe la meglio sug­li aus­triaci, con la con­quista del Doss Alto. Le vit­time aus­tri­ache furono numerose, men­tre le perdite per i cecoslo­vac­chi rimasero mod­este. Ma sei sol­dati furono fat­ti pri­gion­ieri e l’esito fu tragi­co: sud­di­ti impe­r­i­al-regi, dis­er­tori dell’esercito aus­tro-ungari­co e pas­sati a com­bat­tere con il nemi­co ital­iano, furono con­siderati tra­di­tori, come il trenti­no Cesare Bat­tisti, e con­dan­nati a morte. «Un uffi­ciale si sparò pur di non essere cat­tura­to; solo il solda­to più gio­vane tra i pri­gion­ieri, che ave­va soltan­to 17 anni, fu grazi­a­to», rac­con­ta oggi Sil­vi­no Miorel­li, che ad Arco è in con­tat­to da anni con alcu­ni par­en­ti dei cecoslo­vac­chi che mil­i­tarono sul Monte Altissi­mo. «Gli altri quat­tro ven­nero impic­cati il 22 set­tem­bre 1918 a Pra­di, a nord del castel­lo di Arco. Per uno di loro la cor­da si ruppe tre volte: le regole dell’impero prevede­vano la grazia in casi sim­ili, ma non ci fu pietà». I quat­tro si chia­ma­vano Antonin Jezek, Karel Novacek, Jini Slegl e Vaclav Svo­bo­da. Le loro ossa furono ripor­tate a Pra­ga nel 1929 e i loro nomi ven­gono ricor­dati ad Arco ogni anno la terza domeni­ca di set­tem­bre. In par­ti­co­lare, i figli di due tenen­ti del 31esimo reg­g­i­men­to Arco, che tornarono a casa dopo la fine del­la guer­ra, sono diven­tati ami­ci di Miorel­li e fre­quen­tano spes­so la local­ità trenti­na. «La cer­i­mo­nia fu molto parte­ci­pa­ta soprat­tut­to nel 2003, a 85 anni dal­la battaglia del Doss Alto e dall’impiccagione dei quat­tro sol­dati», pros­egue Miorel­li. «Per i cecoslo­vac­chi l’Altissimo cor­risponde al Pasubio per gli ital­iani; ogni anno arrivano in molti per vis­i­tar­lo». Dopo Doss Alto e i fat­ti di Arco la ses­ta Divi­sione fu nuo­va­mente sposta­ta, ques­ta vol­ta a Castel­fran­co Vene­to, e prese parte agli ulti­mi scon­tri sul Piave pri­ma del­la fine del­la guer­ra. I Cadu­ti cecoslo­vac­chi in quegli scon­tri furono in totale 291.

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