Le sue vicende nella cronistoria di Gaetano Bellucci. «Quarant’anni fa il reparto bagni era pubblico»

Vita, morte e miracoli dell’ospedale di Salò

08/01/2003 in Cultura
A Affi
Di Luca Delpozzo
Sergio Zanca

«Il can­to del cig­no. L’ospedale di Salò fra cronaca e sto­ria». È il tito­lo del libro pub­bli­ca­to dal­l’ex diret­tore ammin­is­tra­ti­vo Gae­tano Bel­luc­ci, che riper­corre lo svilup­po e il decli­no del noso­comio. Le atten­zioni mag­giori sono riv­olte agli ulti­mi quar­an­t’an­ni. «Nel ’64, quan­do arrivai — ricor­da Bel­luc­ci -, al piano ter­ra c’er­a­no due uffi­ci, un depos­i­to-archiv­io dove eserci­ta­va Gio­van­ni Gen­tili, aiu­to volon­tario del pri­mario chirur­go Giuseppe Por­ta, il repar­to bag­ni (il saba­to pomerig­gio e la domeni­ca mat­ti­na una suo­ri­na dis­tribui­va saponette e face­va fun­zionare una deci­na di doc­ce per i salo­di­ani che non ave­vano la vas­ca in casa), gli ambu­la­tori del­l’I­nam». «Al pri­mo piano, a destra del­l’a­trio che si rag­giunge­va dal­lo scalone d’in­gres­so, si entra­va nel­l’am­pio cor­ri­doio di med­i­c­i­na fem­minile. Di fronte, c’er­a­no la casa delle suore, due gran­di locali adibiti a cor­sia di degen­za per la med­i­c­i­na maschile (già uti­liz­za­ti dai mil­i­tari fer­i­ti durante la pri­ma guer­ra mon­di­ale) e le sette-otto stanze di pedi­a­tria, nelle quali oper­a­va Ste­fano Bersat­ti. Giuseppe Bor­go veni­va da Bres­cia una vol­ta alla set­ti­mana, ed esporta­va ade­noi­di o ton­sille, dopo avere vis­i­ta­to i bam­bi­ni in ambu­la­to­rio. A metà del cor­ri­doio, a sin­is­tra, si accede­va al set­tore dozzi­nan­ti; in fon­do, le scale e la roton­da. Da lì si accede­va alla sala oper­a­to­ria con servizi annes­si, dominio incon­trasta­to di suor Cesira, e alla cam­er­a­ta per chirur­gia». «Il tut­to era molto depri­mente. Al sec­on­do piano si intravede­vano invece delle novità. Il repar­to di Oste­tri­cia-gineo­colo­gia, ristrut­tura­to da pochi anni, cos­ti­tu­i­va un vero pun­to di richi­amo per le donne del Gar­da bres­ciano e del­la Valle Sab­bia. All’in­gres­so, una strut­tura avveniris­ti­ca: il nido Ele­na Frera, con una venti­na di culle, qua­si sem­pre piene di neonati. Nel­l’ala ver­so la casa di riposo si trova­va oculis­ti­ca: una quindic­i­na di let­ti su otto stanze, una delle quali (oh, mer­av­iglia!), l’u­ni­ca in tut­to l’ospedale, ave­va un suo bag­no inter­no. In un fab­bri­ca­to stac­ca­to, il dis­pen­sario per la lot­ta alla tuber­colosi». Gli ammin­is­tra­tori era­no il notaio Mario Frera (pres­i­dente), Achille Rapet­ti, cor­rispon­dente di gior­nali, Maria Tra­ver­so Fau­caniè, vedo­va di un alto mag­is­tra­to, Giuseppe Zanen­ga, pen­sion­a­to, e Guer­ri­no Regali, negoziante. In 190 pagine, tra ricor­di per­son­ali e doc­u­men­ti, Bel­luc­ci riper­corre il tem­po delle sper­anze e del decli­no. «La strut­tura — con­clude l’ex diret­tore ammin­is­tra­ti­vo — è rimas­ta fatis­cente, la dis­tribuzione dei locali cos­ti­tu­isce un labir­in­to, l’at­tiv­ità qua­si nul­la. Ma almeno è ces­sato lo spre­co di mil­iar­di».