Apre alMuSa “Contemplazioni: i visonari”, la mostra curata da Vittorio Sgarbi

10/04/2019 in Attualità, Mostre, Musei
Di Redazione

Apre al di Salò la mostra a cura di dal tito­lo “Con­tem­plazioni: i vision­ari”. «Un viag­gio attra­ver­so le espe­rien­ze artis­tiche più cre­ative del­la sec­on­da metà del sec­o­lo scor­so – rac­con­ta il diret­tore del – in un susseguir­si di camere delle mer­av­iglie».

Il Musa diven­ta così il luo­go mist­i­co in cui pot­er incon­trare le alchimie di Agosti­no Arriv­abene, il mon­do fan­tas­ti­co e inde­cifra­bile di Lui­gi Ser­afi­ni, le pre­sen­ze di Domeni­co Gno­li, l’aldilà di Cesare Inz­er­il­lo e la pro­rompente ricer­ca di Gae­tano Pesce. «Non c’è altro modo di essere con­tem­po­ranei che essere qui e ora – dice Vit­to­rio Sgar­bi – così, insieme alla con­tem­po­raneità di ciò che esiste, c’è la con­tem­po­raneità di ciò che è esis­ti­to e con­tin­ua a vivere».

L’esposizione – con la direzione artis­ti­ca di Gio­van­ni Let­ti­ni, Sara Pallavici­ni e Ste­fano Morel­li – inizia con le stanze di Agosti­no Arriv­abene, a mezz’aria tra luoghi magi­ci e wun­derkam­mer. Chi osser­va le opere di Arriv­abene parte­ci­pa a un viag­gio iniziati­co capace di far vivere espe­rien­ze di carat­tere mist­i­co che traval­i­cano i lim­i­ti cog­ni­tivi del­lo spet­ta­tore, del con­scio e dell’inconscio, in una con­tin­ua esplo­razione del nos­tro “uni­ver­so inti­mo” tra vite già vis­sute o vagheg­giate.

Dip­in­ti colti, sedu­cen­ti, intrisi di sim­boli e ispi­rati, oltre che dai Maestri del XV-XVI sec­o­lo, dal­la mitolo­gia clas­si­ca, come tes­ti­mo­ni­ano le opere in mostra, tra cui “I sette giorni di Orfeo”, “Nýx”, “Athena”. Var­can­do la soglia si pros­egue nel mito e ci si ritro­va nel gia­rdi­no not­turno di Lui­gi Ser­afi­ni dove, sot­to una bril­lante luna cres­cente, ci appare, come in un sog­no, imm­er­sa dal rumore dei gril­li, una Per­sè­fone dormiente, mate­ri­al­iz­zatasi come per magia dalle pagine del Codex Seraphini­anus nel pieno del­la sua meta­mor­fosi. Ser­afi­ni non finisce mai di stupire per le inven­zioni e anche per la stra­or­di­nar­ia per­fezione nell’esecuzione delle sue real­iz­zazioni. Il suo Codex è un’opera scon­vol­gente, una così prodi­giosa impre­sa che, nel­la sen­si­bil­ità con­tem­po­ranea, rap­p­re­sen­ta l’avventura più fan­ta­siosa dopo de Chiri­co, Savinio e i sur­re­al­isti.

Si las­cia il buio del­la notte e, avvic­i­nan­dosi alle opere di Domeni­co Gno­li, ci si avvic­i­na al seg­re­to delle cose, alla loro essen­za. Per Gno­li “le cose ordi­nar­ie in se stesse, ingrandite per l’attenzione che si ded­i­ca loro, sono più impor­tan­ti, più belle e più ter­ri­bili di quan­to avreb­bero potu­to ren­der­le qual­si­asi inven­zione e fan­ta­sia”. L’universo si può chi­ud­ere in una stan­za, in ques­ta stan­za, dip­in­ta con il medes­i­mo col­ore del Buste en vert (1964, olio su tela, 92 x 93 cm), grande pro­tag­o­nista di ques­ta sezione. In un cor­ri­doio tappez­za­to per l’occasione con car­ta da parati dal sapore baroc­co, Cesare Inz­er­il­lo allinea i suoi residui di uman­ità, acco­mo­dati come le per­sone che furono, nei ruoli che ebbero. Una classe mor­ta, come fu quel­la di Tadeusz Kan­tor che rap­p­re­sen­ta­va gli uomi­ni dall’altra parte del­la vita ormai sen­za più nes­suna pos­si­bil­ità di fare nul­la, ma anco­ra nei banchi di una classe, in una scuo­la popo­la­ta di fan­tas­mi. Inz­er­il­lo por­ta a Salò la sua realtà sfig­u­ra­ta dal­la morte e dai suoi rit­u­ali. Com­por­ta­men­ti quo­tid­i­ani, atti­tu­di­ni, modi di essere, di vivere. Infine entri­amo nell’orbita di Gae­tano Pesce, uno dei mag­giori inter­preti del­la cul­tura con­tem­po­ranea inter­nazionale. La sua ricer­ca traval­i­ca i con­fi­ni tra arte, architet­tura e indus­tria costru­en­do un uni­ver­so immag­inifi­co di ogget­ti riconosciu­ti in tut­to il mon­do.

Cias­cu­na delle opere in mostra, com­pre­so lo stra­or­di­nario e mutev­ole Pro­fi­lo di ghi­ac­cio, rac­con­ta la diver­sità di un autore che ha fat­to del­la mul­ti­dis­ci­pli­na­r­i­età e del dirit­to all’in­co­eren­za la trac­cia del pro­prio per­cor­so. Ogni ogget­to ha una vita pro­pria. Ognuno di loro sem­bra inter­rog­a­r­ci con le parole del loro autore: “La dif­feren­za è vita?”, “Esiste un’estetica del difet­to?”, “L’uso quo­tid­i­ano uccide l’oggetto d’arte?”. Domande com­p­lesse, alla base dell’esercizio cre­ati­vo con­tem­po­ra­neo, a cui gli ogget­ti stes­si, con la loro sem­plice e gioiosa esisten­za, sem­bra­no dare rispos­ta. L’allestimento acquista un carat­tere estrema­mente scenografi­co e coin­vol­gente gra­zie ai rap­por­ti di col­ore delle resine donate da Gob­bet­to (spon­sor tec­ni­co dell’iniziativa), uti­liz­zate nelle sale dell’esposizione .

«Con­tem­plazioni: i vision­ari, è la quar­ta grande mostra – dice Gian­piero Cipani, Sin­da­co di Salò – che il MuSa orga­niz­za con il grup­po di Vit­to­rio Sgar­bi da quan­do, nel 2015, ha aper­to i bat­ten­ti, otte­nen­do lo stra­or­di­nario suc­ces­so di super­are in soli tre anni cen­tomi­la vis­i­ta­tori». Nell’ultima sezione espos­i­ti­va, la Civi­ca Rac­col­ta del Dis­eg­no di Salò mette in mostra una pres­ti­giosa selezione di dis­eg­ni a cura di Anna Lisa Ghi­rar­di. Le carte esposte donano al vis­i­ta­tore una visione inti­ma e nat­u­rale, sve­lando quel sen­ti­men­to di ricer­ca e spon­taneità che spes­so si dis­perde nel­la com­p­lessità dell’opera d’arte fini­ta. Il mate­ri­ale per la stam­pa è scar­i­ca­bile dal pul­sante “