Appesi agli ulivi enormi sacchetti neri per raccogliere l’immondizia rompono la magia del posto. Il più bell’angolo del lago deturpato da spazzatura e sporcizia

Baia delle Sirene o dei rifiuti?

14/01/2004 in Attualità
Di Luca Delpozzo

Per i tur­isti e i «forèsti» è la Baia delle Sirene. Per i garde­sani aut­en­ti­ci, gli orig­i­nari, «Sen­tré­mole». Gli uni e gli altri sono acco­mu­nati dall’opinione che si trat­ti d’uno dei più fas­ci­nosi scor­ci del Bena­co. L’insenatura subito dopo pun­ta San Vig­ilio è un pic­co­lo par­adiso di pietre bian­cas­tre, d’ulivi e d’alti piop­pi. L’acqua, pro­fon­da, ha col­or blu cobal­to: «azzur­ro Madon­na» sem­bra sia la definizione coni­a­ta da sir Win­ston Churchill quan­do, dopo la guer­ra, venne da queste par­ti per dipin­gere (e ques­ta era la ver­sione uffi­ciale, anche se pare che il vero scopo del sog­giorno fos­se la ricer­ca di certe imbaraz­zan­ti let­tere scam­bi­ate con Ben­i­to Mus­soli­ni). D’inverno, la baia è anco­ra più bel­la, mal­in­coni­ca­mente dolce. Ci si arri­va scen­den­do dai prati a ridos­so del posteg­gio di San Vig­ilio, fat­tosi per qualche mese libero, sen­za cus­tode a chiedere il paga­men­to del bigli­et­to. Oppure affrontan­do il ripi­do, scosce­so sen­tiero che, fra ster­paglie cui nes­suno purtrop­po mette mano, dis­cende dal­la stra­da Garde­sana, poco oltre la pun­ta, in direzione di Tor­ri, vin­cen­do il ribrez­zo d’un cartel­lo mal­ri­dot­to su cui una mano ha trac­cia­to l’elenco dei posti del ses­so libero sul­la riv­iera. Nep­pure giù in baia di ques­ta sta­gione chiedono tar­iffe. Eppure il par­co di San Vig­ilio, quel­lo sulle terre dei con­ti Guar­i­en­ti, è comunque ben tenu­to: niente car­tac­ce, i ces­ti­ni svuo­tati, perfi­no le ramaglie degli olivi rac­colte a muc­chi per essere bru­ci­ate col tem­po. Ora non ci sono neanche i moto­scafi a intasare le acque, divenute paci­fi­co ricovero d’uno stor­mo di ger­mani e d’un soli­tario svas­so che si tuffa a cer­care di che riem­pire la pan­cia, trovan­do abbon­dan­za d’alborelle e d’avannotti. Pec­ca­to sia chiu­so ormai da decen­ni lo stradel­lo davan­ti alla vil­la dis­eg­na­ta dal San­miche­li. Era da lì che una vol­ta si scen­de­va in baia, dopo la mes­sa del giorno di San Mar­co, il 25 aprile, a fes­teggia­re la fine delle rogazioni, man­gian­do uova sode sul pra­to. Dopo la fun­zione, «final­mente», ha las­ci­a­to scrit­to Pino Cresci­ni, indi­men­ti­ca­to stu­dioso del­la tradizione garde­sana, «ci si pote­va sparpagliare in lib­ertà: era ora, sbat­te­va una fame! Famiglie, par­entele, sci­a­mi di ragaz­zot­ti e sig­norine fra le còle di olivi, fra i dirupi dei Bechéti a spec­chio del Trép, sui ciot­toli bianchi dell’armonioso seno di Sen­tré­mole, coro­na­to di alti piop­pi stor­men­ti». Per rimem­o­rare quei tem­pi, esci dal par­co dei Guar­i­en­ti e pros­egui ver­so i Bechéti, le roc­ce frastagli­ate che chi­udono l’insenatura a nord, là dove com­in­cia il Trép, il fior­do set­ten­tri­onale del Gar­da. Arrivi ai pie­di d’una vil­let­ta affac­cia­ta sul lago. In un anfrat­to pro­tet­to dalle roc­ce stra­pi­om­ban­ti, sai che c’è il più bell’oliveto del lago, fat­to di piante pic­cole, un po’ con­torte, che si spec­chi­ano nell’acqua: meriterebbe pro­tezione come pat­ri­mo­nio di natu­ra, d’arte, di ingeg­no umano, e potrebbe dare, se cura­to, olio di gran­dis­si­ma qual­ità. Invece resti ester­refat­to. Dagli ulivi pen­dono, come impic­cati, gran­di sac­chi neri da immon­dizie, quel­li che s’usano in alber­go. Alcu­ni pen­zolano vuoti, come bandiere flosce, altri pieni a metà. L’immagine è spet­trale. Crudel­mente inutili i chio­di arrug­gini­ti piantan­ti nel leg­no d’ulivo per infilzarci gli improvvisati rac­cogli­tori. L’intenzione di man­ten­er puli­to il luo­go è buona, anzi, otti­ma. Ma la soluzione non è deg­na del­l’in­can­to del sito. Il pae­sag­gio è offe­so. Basterebbe poco, qualche bidone ben posizion­a­to, per resti­tuire bellez­za a un ango­lo di par­adiso oggi per­du­to. Facen­do ideal­mente risuonare anco­ra melodioso