Quando a Salò l’acqua in casa era un miraggio

Gli anziani diventano giornalisti

14/01/2004 in Curiosità
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Di Luca Delpozzo
Sergio Zanca

«Quan­do ero pic­co­la, non ave­vo l’ac­qua in casa — ram­men­ta Rosa -. Anda­vo a pren­der­la con i sec­chi alla fontana. Il buca­to lo face­va­mo al lago, con l’asse di leg­no che con­sen­ti­va di lavare e spaz­zo­lare bene i pan­ni. Con le amiche ci si insapon­a­va, e si can­ta­va a squar­ci­ago­la. In estate, di sera, andava­mo al lago a lavar­ci. D’in­ver­no face­va­mo il bag­no in casa, nel­la tinoz­za, una vol­ta alla set­ti­mana». Molti anziani del­la casa di riposo di Salò sono diven­tati… gior­nal­isti. Sol­lecitati dagli ani­ma­tori, scrivono infat­ti sul notiziario «Noi»: un modo per far riaf­fio­rare i ricor­di, con­frontare il pas­sato con il pre­sente e tenere viva la memo­ria. Ulti­ma­mente han­no trat­ta­to il tema del­l’ac­qua. «Durante la mia vita — osser­va Margheri­ta — ci sono sta­ti molti cam­bi­a­men­ti nel cam­po del lavoro, nel modo di abitare e anche su come ci si procu­ra e si con­suma l’ac­qua. Mi viene in mente il poz­zo dal quale la pren­de­va­mo, e il sec­chio appe­so a una cor­da, che vi spari­va per ricom­par­ire poco dopo, goc­ci­olante. La curiosità spinge­va ad affac­cia­r­si di nascos­to all’or­lo di quel vuo­to nero, sen­za però rius­cire a vedere il fon­do. Allo­ra io mi ritrae­vo piena di pau­ra. Fino ai 21 anni fui ospi­ta­ta in un isti­tu­to, a Bres­cia, per stu­di­are e impara­re un lavoro, sec­on­do le atti­tu­di­ni. «L’ac­qua c’era a metà: quel­la cor­rente, in cuci­na e vici­no alle cam­er­ate, una specie di bag­no con i lavan­di­ni per lavar­si il viso, il col­lo e i pie­di. Il resto, niente. Come tut­ti i bam­bi­ni, mi adat­tai facil­mente alla situ­azione. Per nos­tra for­tu­na, durante i tre mesi delle vacanze estive, ave­va­mo a dis­po­sizione un palaz­zo del­l’Ot­to­cen­to, a Cisano di San Felice, con una bel­lis­si­ma vedu­ta sul gol­fo di Salò. Le comod­ità, come le inten­di­amo noi adesso, non esiste­vano. «Ma c’era il lago: una grande, immen­sa vas­ca, dove ci tuffava­mo tutte, e ci lavava­mo. Per l’ac­qua che ser­vi­va in casa bas­ta­va un grosso tubo di fer­ro, con dei fori dis­tanziati, in modo che noi ragazze, appe­na alzate, a grup­pi, ci pote­va­mo lavare. Dopo il col­le­gio ho cam­bi­a­to almeno sei lavori, e qua­si altret­tante abitazioni. Non essendo in gra­do di pagare affit­ti alti, trova­vo sem­pre stanze con un solo rubi­net­to in cuci­na e il gabi­net­to sul bal­la­toio, usato anche dagli altri inquili­ni del piano». «Abita­vo a Salò, in via Fan­toni — inter­viene Lucia -. Anda­vo a pren­dere l’ac­qua alla spina comu­nale. Un bas­tone di leg­no, la stasa, per­me­t­te­va di portare due sec­chi per vol­ta. Ma che fat­i­ca per le mie povere spalle! Non par­liamo dei servizi igien­i­ci… Che brute robe». Vit­to­rio: «Sono nato novan­t’an­ni fa a Cam­pov­erde, allo­ra comune, adesso frazione di Salò. Le famiglie vive­vano gra­zie all’ac­qua del Rio, un rus­cel­lo dal let­to sas­soso, a volte qua­si sec­co, a volte minac­cioso. Una vol­ta, nel ’76, è strari­pa­to, inon­dan­do tut­ta la zona attorno alla scuo­la ele­mentare. Il ter­reno coltivabile è poco este­so. Allo­ra l’ac­qua del rus­cel­lo e del cielo bas­ta­va. Le donne pren­de­vano alle spine, col sec­chio, quel­la che ser­vi­va per la casa. «Per la biancheria si reca­vano ai lava­toi pub­bli­ci. Gli ortolani più ric­chi ave­vano costru­ito sui loro ter­reni una vas­ca quadra­ta in cemen­to, di una deci­na di metri di lato. Uno di loro ha per­me­s­so a me (e agli ami­ci) di usar­la come pisci­na. Era pro­fon­da, al mas­si­mo, un metro e mez­zo. E lì ho impara­to a nuotare». Fer­di­nan­do rac­con­ta la sua espe­rien­za nelle miniere in Bel­gio. For­tu­na­to par­la del Chiese, del­l’Oglio e dei canali che irri­ga­vano i ter­reni vici­ni a casa sua. Eleono­ra, che ha parte­ci­pa­to a un con­cor­so nazionale («Parole ritrovate: lo scrit­tore che c’è in te»), ricor­da come l’ac­qua sia «poe­sia, bellez­za del­la natu­ra, neces­sità, vita. Ci sor­regge e ci gui­da nel nos­tro cam­mi­no. A volte può essere rovi­nosa, e l’uo­mo si dis­pera. Nei pae­si ari­di l’ar­ri­vo di una cis­ter­na o le per­forazione di un poz­zo sono fonte di gioia infinita».

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