Sono Antichi originari i giovani che aiutarono il Polesine alluvionato

Cinquant’anni fa l’alluvione

30/12/2001 in Manifestazioni
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Di Luca Delpozzo
a.j.

Cinquant’anni fa il Po in piena, rot­ti gli argi­ni a Occhio­bel­lo, allagò il Pole­sine. Una mas­sa fan­gosa invase in par­ti­co­lare quel­la grande striscia di pia­nu­ra tra l’Adige e il grande fiume che è appun­to il Pole­sine di Rovi­go. Scat­ta la sol­i­da­ri­età. La grande sol­i­da­ri­età dall’Italia ma anche dall’estero. C’è bisog­no di aiu­to, di tut­to. Soprat­tut­to urgen­za di mezzi anfibi, di barche di ogni tipo per trarre in sal­vo quan­ti si sono appol­la­iati sui tet­ti o sono rimasti bloc­cati lun­go gli argi­ni. Accor­rono anche i pesca­tori del con le loro «gon­do­le piane», quel­lo stes­so tipo di imbar­cazione che ora figli e nipoti usano non più per la pesca ma per le sfide remiere. Ci sono anche una venti­na di gio­vani di Gar­da gui­dati dal coman­dante di Briga­ta dei Pao­lo Abrile, garde­sano di stan­za a Pado­va. Oper­arono nel­la zona allu­vion­a­ta per una deci­na di giorni, andan­do di caso­lare in caso­lare, sal­van­do più per­sone pos­si­bile. Sen­za clam­ore. Eroi che non han­no avu­to, come ai giorni nos­tri, occa­sione di apparire sul pic­co­lo scher­mo in quan­to la tele­vi­sione com­in­cerà a irra­di­are i pro­gram­mi soltan­to qualche anno dopo nel ’54. Dimen­ti­cati con lo scor­rere del tem­po, e grup­po anda­to sem­pre più assot­tiglian­dosi di anno in anno. I pochi rimasti, a 50 anni di dis­tan­za dal­la trag­i­ca allu­vione di quel fatidi­co 14 novem­bre, l’altro ieri sono sta­ti ono­rati da parte del­la Cor­po­razione degli antichi orig­i­nari di Gar­da che ha dato il via così a un pre­mio annuale che di vol­ta in vol­ta sarà asseg­na­to agli orig­i­nari dis­tin­tisi nel­la pro­fes­sione, nell’arte, nel­la vita. A ricor­do, dice la moti­vazione dell’attestato di ben­e­meren­za con­fer­i­to a Mario Mon­ese, Aldo Malfer, Gabriele Malfer, Gino Malfer, Ezio Rag­no­li­ni, Car­lo Simonel­li, Enzo Galet­ti, Umber­to Zampieri e Giuseppe Mon­ese, «del­la grande uman­ità dei pesca­tori di Gar­da, molti dei quali ormai scom­par­si, i quali, con il sup­por­to di gon­do­le piane, e ani­mati da gen­erosa sol­i­da­ri­età, si spin­sero nelle peri­colose acque che cir­con­da­vano la cit­tad­i­na di Occhio­bel­lo por­tan­do amoroso soc­cor­so». Ricor­di vaghi nel­la mente di Enzo Galet­ti (Bas­tiani) che all’età di 25 anni non ebbe alcun dub­bio ad aggre­gar­si al grup­po e agire da Caronte nelle acque fan­gose. «Ne ho sal­vate non meno di una trenti­na di per­sone — dice Aldo Pasot­ti tra una forchet­ta­ta e l’altra di polen­ta e bac­calà — pri­ma di essere ricov­er­a­to all’ospedale fradi­cio fino al midol­lo e con forte feb­bre. Tut­ti vec­chi e bam­bi­ni che si trova­vano in notev­ole dif­fi­coltà — pre­cisa l’Ocio come meglio è conosci­u­to a Gar­da. «Un’esperienza trau­mat­i­ca — ricor­da Gino Malfer, classe 1928 — con tut­ta quell’acqua che turbina­va e la gente a chiedere soc­cor­so. Ero in bar­ca con lo scom­par­so Nino Vio­la — dice il Tita — a fare da spo­la nel trasportare al sicuro, quan­ti si era­no riti­rati al piano supe­ri­ore dei caso­lari, molto atten­ti ad evitare i peri­coli che nascon­de­vano le acque fan­gose». A fes­teggia­re i pochi super­sti­ti non pote­va man­care anche chi per sfug­gire al peri­co­lo dalle peri­odiche rotte del fiume scelse Gar­da come luo­go più sicuro: i Pas­torel­li, i Ris­ari, i Lenzo, ma anche altri come i Guer­ra­to, Paniz­zo, Bel­li­naz­zo e altri anco­ra tutt’ora con attiv­ità nel­la cit­tad­i­na lacustre.

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