Sul Baldo più fiorito.
Itinerario per tutti: facile, ma straordinario.
Con l’esperto sui sentieri alla scoperta di un patrimonio naturale unico nel continente

I tesori del giardino d’Europa

19/06/2007 in Attualità
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Di Luca Delpozzo

Per una volta, un giorno, un’ora — che si può dilatare a piacere secondo interessi, stati d’animo, osservazioni sul campo, panorami, conversazioni e letture — eccoci via dal frastuono, dal traffico, eccoci sul Baldo, «Paterno monte» dei veronesi che Brenzone vanta nel suo territorio comunale, che dal lago sale fin su a Cima Telegrafo, a indicare il sentiero più facile, alla portata di tutti, per ammirare i fiori dell’Hortus Italiae con guide d’eccezione: sono gli specialisti Filippo Prosser (vedi articolo qui a destra), Alessio Bertolli del Civico Museo di Rovereto, vicepresidente della Società Alpinisti Tridentini a Brentonico e curatore dell’orto botanico locale e suo padre Luciano, già attivissimo alla rassegna «Il fiore del Baldo» del capoluogo brentegano.Il Baldo è verdissimo in questa strana stagione avanti di un mese sul calendario, ricco di traguardi ottici sconfinati su monti e vallate, e sul Benaco che gli sottostà; itinerario saggio, per tutti, breve, ma capace di offrire alternative suggestive, di grande natura intatta.Da malga Zovèl (m 982) a malga Brione (m 942), poco più di mezzora a piedi, sentiero Cai 32, trasformato in stradello forestale per buona parte, poi pista agevole con un solo tratto, all’attraversamento vallivo della costa Mezzana, dove badare ai bambini. Alla partenza si arriva da Caprino e da San Zeno di Montagna salendo a Prada Alta e proseguendo sull’asfalto alla forra della val Trovai, poi alla val Nogare, quindi diritti fino al primo tornante, proprio sopra i grandi prati di Zovèl con la bella malga del 1500 al centro sud perimetrata dall’invasiva boscaglia di noccioli. Il sentiero parte a quota 1080 e va via diritto, alla destra c’è sbarrata la vecchia mulattiera (sentiero Cai 654 da Assenza per Carpenare) per casera Valloare e al rifugio Telegrafo; sotto scende la ripidissima strada ex militare per Castello di Brenzone (in salita è il calvario dei ciclisti, in discesa frenare il meno possibile, usare le marce basse per non cuocere i dischi) e, volendo, si potrebbe partire a piedi dalla malga, calando di tre tornanti e risalendo con una vecchia traccia in diagonale, ma oggi siamo in comitiva con tre bei bimbi, eppoi abbiamo detto sentiero facile; certo ci perdiamo la fioritura dei prati, ma qui ne abbiamo altrettanta, a bizzeffe, in ogni stagione.Andiamo su questa vecchia strada dei partigiani che avevano loro ricoveri in grotta e i nazifascisti non li hanno mai scoperti. I tre bimbetti sono raggianti, ecco le fragole selvatiche, i nonni li precedono, gliele indicano, un cuculo caduto dal nido apre un becco dalla enorme gola aragosta, fiori dovunque, aquilegie blu, gigli rossi e gli straodinari martagoni che sembrano berretti da gran visir. Poi fiori liberty, ma è stato il Liberty a prendere da loro, come egizi, greci e romani presero dalle foglie d’acanto per i capitelli dei templi. Punti panoramici con tutte le Giudicarie esteriori bresciane a tiro di canocchiale, valli profonde con piccoli centri abitati, lago lapislazzulo con rade barchette su finestre smeraldine, ché siano entrati nella faggeta da rinnovo di recente taglio.Lo sterrato finisce, le fragole di bosco aumentano, i bimbetti sono felici, le conversazioni pacate, i panorami sempre nuovi (l’Alto Garda trentino, il gruppo di Brenta, Presanella, Adamello, Carè Alto, Cornone di Blumone), ed ecco un cancello di legno che impedisce il varco a greggi e armenti perché, dopo, c’è la Valle Mezzana. Adesso è piena di ortiche, a inizio primavera era un toboga lungo chilometri che portava sempre giù valanghe impressionati, una volta anche a cento metri dal lago. Se si è appena impennato, il sentiero cala ora, passa davanti a due anfratti, entra in un bosco di sambuchi fioriti e appare, ripristinata dai Servizi Forestali, la vecchia malga absidata, da cavalli, del 600, detta Brione. È su di un ripiano appena recuperato in poca parte dalla selva. Ha due panchine dove troviamo dei simpatici vecchi conoscenti. Le due malghe, fra le più belle del massiccio, sono nel Comune di Brenzone; solo la prima viene ancora utilizzata quale pascolo per i bovini, entrambe possono essere richieste per brevi soggiorni di studio (e incontri conviviali) ai Servizi Forestali Regionali, meglio sarebbe fossero usate come poli informativi del massiccio montuoso veronese e trentino. Per il Baldo c’è, sì, molto volontariato di associazioni culturali e ambientali, ma nessun coordinamento autorevole delle attività e delle funzioni di servizio.I nostri conoscenti hanno un fascio di erbe che stanno pulendo con cura, cavano le foglie da lunghi steli di Chenopodio, il Buon Enrico (o farinèle, caltri, scraus). È lo spinacio di montagna, cresce sulle aree abbondantemente concimate; se il tarassaco (pissacàn) viene considerata la miglior verdura cotta in assoluto, lui, bollito, è il più saporito. Eccezionale al punto che sul Baldo trentino viene coltivato. I bimbi fanno merenda e annusano i sambuchi fioritissimi, qualcuno parla di tisane calmanti, frittate coi fiori bianchi e marmellate con le bacche nere mature.La malga, due stanze sovrapposte e una loggia («par tegnèr en fresca el late») sono aperte e ospitali, pur nude di ogni arredo. Conosciamo esteti del Baldo che vi vanno a dormire per la magia della notte stellata sopra il lago, poi al mattino presto si avventurano a nord, fino al pilone dell’alta tensione dove scende il ripido, ghiaioso sentiero spezzagambe per Sommavilla attraverso il bosco d’Azzaga (due ore), o piegano a destra. E qui si entra nell’Amazzonia. Una sorgente abbandonata, tracce di piste, alti alberi di agrifoglio, sentiero sempre più ripido fino al letto della valle del Torrente, un mare verde (qualche rettile); si può scendere a destra per la forra costellata di pareti fino al Fichèt, passando con una corda dal salto del Balòt tacà via, uno stupendo masso incastrato fra le pareti, oppure a destra, risalire alla briglia di Brione (sempre nel letto quasi sempre secco della valle) e, per tracce, nel ripidissimo bosco di frassini, carpini, maggiociondoli, lecci e tanta edera, sbucare sui tornanti appena sotto l’eremo dei santi Benigno e Caro.Dalla malghetta si riprende a ritroso. Leggendo il territorio, Prossser e i Bertolli sono prodighi di spiegazioni; i piccolini non sono paghi di fragoline, il cuculo non c’è più, due inglesi di passaggio sono chini sul libro di botanica davanti a un Ofride del lago di Garda, rinsecchito ma bellissimo, poi scoprono il Neottia nidus-avis, altra orchidacea (senza clorofilla): li ha presi la passione per la flora.Nelle radure dei pascoli magri ecco colonie di azzurri muscari. Si commenta il fatto che la siccità di maggio ha ridotto di molto la splendida tradizionale fioritura di narcisi in Prada, dove anche il letame foresto ha abbattuto una popolazione un tempo straordinaria di questo bellissimo Narcissus poeticus. Ecco la Scilla bifolia, diffusa nei pascoli pingui e nelle faggete fresche. Sottovoce di parla delle rarissime stazioni di Pianella della Madonna sul Baldo (sotto il rifugio Revolto, in Lessinia, alla base del Carega, abbondano): è la più vistosa orchidea selvatica che si conosca in Europa. Ancora con riguardo i Bertolli e Prosser commentano la rara presenza su rupi calcaree compatte delle Prealpi dello Sparviere lacerato. Immancabilmente finisce il sentiero proprio mentre si cita il Geranio argenteum, bellissimo ornamento delle creste sommitali, noto da quasi 500 anni, mentre il Calliantemo di Kerner, la più bella tra le specie esclusive del monte, presente sulle creste del Baldo veronese e trentino fino a costituirne un ovvio logo naturale, è stato proprio definito come tale, unico del massiccio, dai botanici guidati da Prosser e figura in copertina al primo volume della Flora Alpina della Zanichelli, quella bibbia della botanica da 5,2 chilogrammi, in tre volumi e cinque lingue.I bimbi hanno fame, sono raggianti, spiace partire. Andiamo giù da Prada Alta, con un piccolo fuoristrada, dalla Trattoria da Tano (chiusa da oltre un lustro) per la mulattiera per Campo, a un buen retiro accogliente fra secolari castagni che si accingono a fiorire; sull’auto siamo in sette e mezzo (una delle signore «aspetta»). Se l’abile pilota è da arresto, non è per i fiori: abbiamo raccolto solo immagini, che ora offriamo ai lettori.

Bartolo Fracaroli
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